Mario Bianchi
1910 - 1987
Mario Bianchi, in qualità di investigatore ufficiale e magistrato associato all'inchiesta giudiziaria su Vajont, rappresenta il tentativo dello stato di trasformare la calamità in una storia responsabile. Un disastro di questo tipo non termina quando l'alluvione si ritira. Continua nei fascicoli, nelle udienze, nelle testimonianze di esperti e nello sforzo meticoloso di determinare se l'evento fosse semplicemente tragico o anche prevenibile. Il ruolo di Bianchi apparteneva a quella seconda vita della catastrofe.
Gli investigatori a Vajont si trovarono di fronte a un compito difficile perché le prove fisiche stesse erano state violentemente riorganizzate. La diga era in piedi, la montagna si era spostata e interi quartieri erano scomparsi. Ricostruire la responsabilità richiedeva più che identificare il movimento franoso. Era necessario tracciare le decisioni: cosa si sapeva, quando si sapeva, come veniva interpretato e se il rischio fosse stato affrontato con sufficiente serietà. Un magistrato in un caso del genere deve tradurre la complessità tecnica in giudizio legale senza perdere né precisione né forza morale.
Nato nel 1910 e morto nel 1987, Bianchi apparteneva a una generazione che aveva visto l'ordine politico dell'Italia trasformarsi ripetutamente. Il suo lavoro su Vajont si inserisce in una lotta postbellica più ampia per creare istituzioni capaci di tenere a responsabilità potenti interessi industriali. Quella lotta non era mai puramente legale. Era anche culturale. Lo stato poteva affermare, con autorità, che il progresso era stato perseguito in modo sconsiderato? Poteva nominare l'errore ingegneristico senza cadere nel teatro politico? L'inchiesta era importante perché rispondeva di sì, almeno in parte.
Il valore di una figura del genere nella narrazione storica è che la responsabilità spesso arriva lentamente e imperfettamente, ma arriva attraverso persone disposte a leggere prove difficili contro narrazioni potenti. Il posto di Bianchi nella storia di Vajont non è quindi drammatico in un senso cinematografico. È procedurale, attento e necessario. Egli incarna il lavoro paziente attraverso il quale il disastro diventa precedente.
Alla fine, l'inchiesta non ha restituito la valle, ma ha aiutato a rendere visibile ciò che era stato oscurato: che il disastro non era un atto della natura nel senso semplicistico. Era una collisione tra geologia, infrastrutture e decisioni prese sotto il vessillo dello sviluppo. Investigatori come Bianchi hanno dato ai morti una seconda forma di presenza: un registro che non poteva essere facilmente negato.
